Ponte dell’Immacolata: vedremo la prima neve?

Ponte dell’Immacolata: vedremo la prima neve?

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di Aldo Frezza – Le previsioni parlano, per tutta l’Italia, di un peggioramento del tempo a partire da questo lungo week end. Le nuove perturbazioni dovrebbero portare piogge (come al solito) variamente sparse da nord a sud, con appena qualche fiocco di neve sulle zone alpine più alte. Poi, un raffreddamento – ma solo da martedì o mercoledì – con cali repentine delle temperature che torneranno ai livelli normali per questa stagione. Con esse, la comparsa dei primi fiocchi dei neve in Appennino, anche a quote abbastanza basse (intorno ai 700 metri). Dopo, sembra, un nuovo periodo di giornate soleggiate. Dopo ancora, non si sa.

Comunque, nessuna stazione sciistica sarà in grado di aprire i suoi impianti per il ponte dell’Immacolata, data tradizionale di inaugurazione della stagione. Anche al nord si sono registrate finora le temperature stagionali più alte della storia, con località di solito già imbiancate che non hanno ancora visto il termometro scendere sotto lo zero. Uniche eccezioni, quelle a quote più alte. In Trentino, ad esempio, sono in esercizio, per adesso, solamente Grostè, Presena e Tonale, mentre le webcam delle altre inquadrano solo prati verdi.

Ma, come i climatologi continuano a ripetere, questo sembra essere il trend dei prossimi anni; l’aumento di temperatura della Terra non è più un’ipotesi. Lo ha ribadito, nei giorni scorsi, Luca Mercalli in un convegno a Trento: se consideriamo l’ipotesi meno grave che fanno gli esperti (aumento della temperatura media di 2 gradi nei prossimi 100 anni), la quota della neve si innalzerà di 300 metri rispetto all’attuale.

Viene da chiedersi, allora, quanto abbiano senso le ipotesi di grandi investimenti su nuovi impianti da sci che ogni tanto spuntano fuori, anche in Appennino, con il rischio di future stagioni di utilizzo sempre più corte, rispetto a diverse ipotesi di rilancio e valorizzazioni delle aree montane basate su attività e modelli di sviluppo più “soft”.

Abbiamo, in Appennino, i casi emblematici del Terminillo e di Roccaraso. Nel primo, assistiamo alla girandola di progetti di rilancio, che oscilla dai megaprogetti onnicomprensivi agli in apparenza più modesti progetti comunali, frazionati ma non meno impattanti su zone sottoposte a protezione ambientale, tanto da far rischiare di perdere per sempre i fondi europei (argomento che Appenninico tornerà presto ad approfondire); a Roccaraso, il consiglio comunale ha approvato di recente la costruzione di due nuove cabinovie, che collegheranno le aree di Pizzalto con Aremogna e Gravare una, e Gravare con Toppe del Tesoro l’altra. Senza contare i lavori per l’innevamento artificiale.

I lavori – a cui tutte le associazioni ambientaliste si sono fortemente ma inutilmente opposte – dovrebbero iniziare nella primavera del prossimo anno. Si tratta di lavori a capitale misto privato-pubblico (20 milioni di Euro), di cabinovie da 10 posti per trasportare 1400 persone l’ora. Dove, su quale neve, per quante settimane, non è dato sapere.

Un’ultima considerazione, su questo pazzo inizio di inverno, riguarda la condizione della montagna, per quelli che la percorrono a piedi, con gli sci o con le ciaspole. Come ogni anno, la mancanza di neve o la sua scarsità dà agli escursionisti un falso senso di sicurezza. Anche se in apparenza senza neve, i prati, i pendii, i canaloni, le creste affilate, possono essere comunque ricoperti di sottili strati ghiaccio, temibile insidia che non si aspetta di trovare. Già questo inizio di stagione è costato mortali incidenti al Gran Sasso e al Terminillo. Altrettanto pericolosa è la prima neve, leggermente appoggiata allo strato sottostante o resa dura in superficie dal gelo notturno. E’ necessario muoversi su questi terreni con grande conoscenza, esperienza ed attrezzatura. E, se del caso, capacità di saper rinunciare.

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