Monti della Laga, il grande anello di Pizzo di Moscio

Monti della Laga, il grande anello di Pizzo di Moscio

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di Luigi Nespeca – L’afa dell’estate ​mi ha portato in quota per una lunga escursione in solitaria tra i Monti della Laga. Qualche giorno prima ero stato con Melody a cercare il fresco, trovandolo, nel fosso della Cavata, scavato dall’azione delle acque che scendono nell’anfiteatro del Pizzo di Moscio; uscito dal bosco sono rimasto positivamente impressionato dai pendii di questo quadrante dei Monti della Laga, dalla piramide del Pizzo di Moscio e dal lungo scivolo del Gorzano. Quindi nei giorni seguenti ho programmato attentamente un grande anello tra questi monti, che oltre ad offrire la bellezza del territorio mi avesse permesso di aggiungere il segno di spunta alla mia collezione di cime.

Parto presto dalla costa marchigiana e in poco più di un ora, raggiungo la località il Ceppo (Rocca Santa Maria -TE) e subito vengo colto da un certo senso di desolazione nel trovare l’albergo Julia, chiuso, con le finestre sbarrate, quasi abbandonato, in seguito alla tragedia che ha colpito la famiglia che lo gestiva da sempre. In auto si prosegue per 800 metri circa sino ad un nuovissimo, ma deserto, parco avventura, dove si parcheggia. Qui partono due sentieri: a destra per la cascata della Morricana, a sinistra per il Pizzo di Moscio.
Superato il parco avventura, lascio la sterrata e prendo Il Sentiero Italia che risale il bosco e in un ora scarsa si esce in località Colle Lungo, intercettando la sterrata lasciata poco prima; proseguendo per un paio di tornanti si raggiunge il Lago dell’Orso dove finisce la strada, senza lago e senza orso, ma con qualche stazzo di pastori (Iacci di Verne). Fino a qualche anno fa, in questo luogo giaceva una gru arrugginita che sarebbe dovuta servire per la costruzione di un albergo con annesso impianto sciatorio. Fortunatamente l’operazione non andò in porto.
Da questo punto in poi si prosegue a vista, poco sotto la cresta su sentieri sabbiosi, erosi dall’acqua, seguendo la direzione verso la grande piramide del Pizzo di Moscio. Presto si giunge ad una sella panoramica che i locali chiamano “La Spianata” con ampie vedute sulla Laga Nord: Cima Lepri, Pizzo di Sevo, Pizzitello, Macera della Morte. Da qui inizia la salita verso la vetta, faticosa e continua anche se non molto lunga. Durante la salita, dei simpatici amici incontrati lungo la via (Alves, Timoteo e figli) che effettuavano l’annuale salita al Pizzo, mi mostrano un segreto preziosissimo: “la fonte a fregna” (toponimo locale – come indicato nella guida di Alberico Alesi), un tombino dentro cui scorre un acqua gelida e dissetante, che negli anni 80 era stata intubata per l’albergo, mai realizzato. Per trovare la fonte occorre individuare due pali di legno con della rete metallica: trovate un tombino e dentro l’acqua corrente che sgorga da un tubo. Dissetatevi e riempite le borracce, ma per carità ricordate di chiudere il tombino!
La cima del Pizzo di Moscio  2411m si conquista poco dopo, dove Alves e Timoteo mi offrono un grande e buonissimo pezzo di pizza bianca con la mortadella. Si chiacchiera per un’oretta, quindi saluto i nuovi amici e mi dirigo verso la seconda tappa della mia avventura: il Monte Pelone Meridionale, sulla cresta in direzione del monte Gorzano. Giunto alla sella della Solagna si risale ed una serie di ometti di arenaria segnano l’avvicinamento alla cima del Pelone. Mentre sono in cresta, indeciso su quale omino fosse la cima, telefono ai miei amici appenninisti e tra gli altri Francesco Mancini mi ricorda che visto che ci sono mi converrebbe fare un salto anche sul Monte Spaccato, poco distante, sotto al Gorzano.
Supero il Pelone e ridiscendo alla sella verso il Monte Spaccato e qui incontro il pastore Domenico a cui chiedo se secondo lui fosse praticabile il rientro a Ceppo senza passare per la cresta, ma procedendo a mezza costa; la sua risposta vagamente affermativa mi convince, quindi giunto sulla terza vetta della giornata inizia la vera avventura, fuori programma. Dalla sella tra Pelone e Monte Spaccato, lascio il sentiero e mi addentro per le praterie sui fianchi della montagna, tra erba altissima, seguendo a vista la direzione verso Lago dell’Orso, ben visibile sull’altro lato della grande vallata. Seguo il consiglio di Domenico e cerco di non perdere troppa quota, perchè i fianchi della montagna si allargano verso il basso; proseguo offrendo resistenza alla forza di gravità che mi invece mi spinge verso il bosco.
La via si alterna scavallando una infinita serie di fossi scavati sui pendii del Pelone, fino ad entrare nell’esteso anfiteatro del Pizzo di Moscio, dove la situazione di complica e si rende necessario focalizzare l’attenzione ad ogni passo per non cadere dentro gli inghiottitoi nascosi nell’erba. Presto entro nella parte alta del Fosso della Cavata e l’ambiente diventa davvero selvaggio: ridiscendo gli scivoli di arenaria levigati dal disgelo, attraverso ruscelli, mi calo per piccoli salti di cascate, fortunatamente asciutte. Lo stress è alto, l’erba è resa viscida dall’acqua che sgorga ogni 50 metri, l’arenaria è coperta da muschio e gli inghiottitoi sempre in agguato.
​I piedi sono sofferenti per il procedere fuori sentiero, ma sono rapito dalla bellezza del luogo, amplificata dai raggi del sole che radenti iniziano ad infuocare la prateria. Mi trovo qualche centinaio di metri sopra la cascata della Cavata, quasi asciutta, e finalmente intercetto le tracce di sentiero lasciato dalle greggi che corrono verso la strada sterrata che raggiungo superando le ultime tre grandi gobbe.
Ad essere onesto, non ricordo di aver mai desiderato tanto una sterrata sotto ai piedi, quindi con il Gran Sasso illuminato dal sole verso il tramonto, rientro nel bosco e torno all’auto, mezzo distrutto, ma appagato per aver superato una bella avventura.
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