Anthropocene. Dalle foreste equatoriali all’Appennino, la grande mostra del MAST di Bologna sugli effetti dell’attività dell’uomo sul nostro pianeta

Anthropocene. Dalle foreste equatoriali all’Appennino, la grande mostra del MAST di Bologna sugli effetti dell’attività dell’uomo sul nostro pianeta

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di Aldo Frezza – il fotografo canadese di fama mondiale Edward Burtinsky  e i due pluripremiati cineasti Jennifer Baicwal e Nicholas De Pencier, connazionali di Burtinsky, uniscono le loro forze – dopo quattro anni di lavoro ininterrotto in varie parti del mondo – in questa grande esposizione presso il modernissimo museo MAST di Bologna: Antropocene.

Per capire il concetto alla base del lavoro, basta una testimonianza del curatore della mostra, Urs Stahel. “…. 2000 anni fa, sulla Terra vivevano tra i 200 e i 300 milioni di esseri umani. Il primo miliardo fu raggiunto intorno al 1800, il secondo miliardi nei primo anni del ‘900. L’ultimo miliardo è stato raggiunto nell’arco di soli 12 anni. Attualmente nel mondo si contano 7,6 miliardi di persone circa…“. L’attività sul pianeta di questo enorme numero di individui ha ormai un’influenza e degli effetti superiori a quella di ogni altro elemento naturale, tanto che alcuni scienziati hanno coniato il concetto di “Antropocene” (da cui il titolo della mostra). Esso indica come l’impatto esercitato dall’essere umano abbia ormai raggiunto proporzioni tali da essere il principale artefice delle trasformazioni subite dalla Terra, ben superiore per forza ed importanza a quelle subite dagli elementi naturali nel corse delle ere geologiche precedenti. Anche se il concetto di Antropocene è oggetto di discussioni per molti scienziati, almeno dal punto di vista geologico, non possono essere però disconosciute la portata e la complessità dei grandi cambiamenti – ormai irreversibili – generati dall’attività umana.

Usrs Stahel cita nella sua presentazione molti di questi comportamenti: “… riversiamo CO2 nell’atmosfera, movimentiamo terra, pietre, sedimenti, perforiamo montagne, utilizziamo ogni riserva disponibile di carbone, petrolio, metano, fosfato, fino alle terre rare. Sviluppiamo nuovo materiali  e nuove forme energetiche che inquinano il nostro pianeta e che ritroviamo nella catena elementare sotto forma di particelle. Sfruttiamo il mondo animale e vegetale, peschiamo ogni anno 80 milioni di tonnellate di pesci dai mari e altrettanti dagli impianti ittici,. Negli allevamenti intensivi a scopo alimentare di maiali, polli, pecore, bovini, viene aumentato l’indice di produttività per soddisfare la crescente domanda. Anche l’agricoltura industriale incrementa ogni anno l produttività facendo ricorso a pesticidi sempre più efficaci…

Fenomeni ben noti, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti e da tempo riportati dalle cronache: acidificazione degli oceani, aumento della temperatura media sulla Terra, limiti alla riproduzione di molte specie animali fino a metterne a rischio la sopravvivenza (molte specie sono già scomparse).

E ora, la mostra. Muovendosi liberamente tra arte, cinema, realtà aumentata e ricerca scientifica, essa si basa sulle ricerche del gruppo internazionale di scienziati Anthropocene Working Group. Diversi i mezzi espressivi di cui l’esposizione si avvale: trentacinque fotografie di Burtinsky, tutte nel grande formato a cui l’autore ci ha abituato dai precedenti lavori, quattro murales ad alta definizione dove si abbinano tecniche fotografiche e filmiche, tredici video-installazioni in HD che fanno prendere coscienza di altrettanti scenari dove gli effetti dell’antropocene sono più evidenti, tre installazioni di realtà aumentata.

Per finire, naturalmente, con il film “Anthropocene: the human epoch”, summa del concept dell’intero lavoro e codiretto dai tre artisti. Proiettato qui solamente nelle serate iniziali, esso ha però già iniziato il suo giro di proiezioni-evento  in molte sale italiane.


Le foto di Burtinsky, riprese con tecniche di assoluta avanguardia (unione in molti casi di oltre 200 scatti in un’unica inquadratura, utilizzo camere di grande formato e di droni, ecc…) per ottenere la nitidezza assoluta di ogni dettaglio e il grandissimo formato delle stampe esposte, fanno trasparire la tragica estetica dei luoghi rappresentati; ma la fascinazione della bellezza formale della visione non riesce a nascondere l’odore della morte e della degradazione, che sale con prepotenza da sotto la superficie di ciò che vediamo.

Dirà Buritinsky, durante la presentazione della mostra, che ha fotografato luoghi che non vediamo di frequente, luoghi ed attività umane di cui a volte non conosciamo nemmeno l’esistenza ma che influenzano fortemente la nostra vita. Narrando  il suo percorso artistico, narra di come abbia inizio fotografando i paesaggi canadesi, per poi passare alle miniere. Partito con foto di paesaggi alterati dall’uomo, quello che ora fotografa sono più che altro sistemi di produzione o di prelevamento di beni della natura. La dimensione estetica del lavoro suo e dei suoi colleghi non è pura ricerca dell’effetto visivo, ma fa parte dell’operazione, una mossa ben precisa per attirare l’attenzione. Senza bellezza non avrebbe ottenuto lo stesso risultato, anche se la bellezza – come in questi casi – può essere anche terribile.

La maggior parte dei paesaggi ritratti in Anthropocene non sono sul nostro Appennino. Le distruzioni a cui assistiamo riguardano le foreste canadesi, le piantagioni di palma da cocco, le miniere di carbone in Germania o di potassio in Russia, la più grande discarica di rifiuti del mondo a Lagos, in Nigeria, o i fondali oceanici con i coralli che si decompongono per l’aumento di temperatura del mare.

Però, i fenomeni di cui Burtinsky ed i suoi compagni mostrano i più macroscopici effetti e i potenziali pericoli riguardano anche noi, sempre più da vicino. Uno dei luoghi che la mostra ci fa vedere è nel nostro paese. lungo la catena Appenninica: le cave di marmo di Carrara e le tracce dell’attività estrattiva che lì continua da secoli. Non è un caso, forse, che la mostra si svolga in una città appenninica come Bologna, in una zona tra l’altro dove in anni trascorsi da poco non sono state certo poche le polemiche sui danni recati al territorio dall’alta velocità e dal terzo valico autostradale.

Ma. anche se le testimonianze raccolte vengono da paesi lontani, dove più macroscopiche appaiono le “cause”, resta ben valido – anche nel nostro territorio – il monito sugli “effetti” che essi determinano. I cambiamenti climatici, ed i loro effetti su territori retti spesso da equilibri molto delicati, sono  – e non da ieri – sotto i nostri occhi.

Nel nostro pianeta interconnesso, quello che accade nelle grandi opere dall’altra parte del mondo può avere terribili conseguenze anche nel nostro piccolo. Come la mostra del MAST vuole dimostrare, “gli esseri umani sono diventati la forza più determinate sul pianeta“.

foto (dall’alto):

  • Edward Burtynsky with Jim Panou on location north of Port Renfrew, Vancouver Island, British Columbia Photograph: TJ Watt, courtesy of Anthropocene Films Inc. © 2018
  • Uralkali Potash Mine #4, Berezniki, Russia 2017 photo(s) © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto
  • Coal Mine #1, North Rhine, Westphalia, Germany 2015 photo(s) © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto
  • Carrara Marble Quarries,Cava di Canalgrande #2,Carrara, Italy 2016 photo(s) © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

 

ANTHROPOCENE

Edward Burtinsky, Jennifer Baichal, Nicholas De Pencier

dal 16 maggio al 22 settembre 2019

MAST

via Speranza, 42

BOLOGNA

www.mast.org

segreteria@fondazionemast.org

tel +39 051 6104846

 

 

 

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