In bici tra i colli Albani: la Gran Fondo Campagnolo tra le strade anti-ciclisti dei castelli romani

In bici tra i colli Albani: la Gran Fondo Campagnolo tra le strade anti-ciclisti dei castelli romani

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di Gabriella Mollari – La quinta edizione della Gran Fondo Campagnolo quest’anno ha raccolto in via dei Fori Imperiali 6.500 cicloamatori.

All’alba di una fresca e luminosa giornata di ottobre, ognuno di loro ha spento la sveglia prima che suonasse, ed ha caricato in macchina il proprio destriero alla volta di una domenica mattina scandita da migliaia di colpi di pedale. Si sono cimentati sul percorso non agonistico gruppi di famiglie, ruote grasse, bici elettroniche; con velocipedi d’epoca, lungo l’Appia Antica, hanno rivissuto la storia gli appassionati del vintage; e tra olio canforato, barrette energetiche, lycra fluo’ e bici pro, hanno agitato le particelle dell’aria gli agonisti.  Alle 7.15, dal cuore di Roma, una violenta gittata sistolica ha cominciato a irrorare di oro e porpora le arterie delle campagne a sud-est della provincia.

La cornice del Parco Regionale dei Castelli Romani comprende tutto: i morbidi rilievi montuosi, il mar Tirreno nitidamente illuminato dal sole a poche dozzine di km, i laghi vulcanici di Nemi e Albano, le querce secolari, i castagni, le buche del pavimento stradale, le carcasse degli animali falciati dalle automobili.

E’ sui resti della caldera di un vulcano quiescente dell’era Quaternaria che nascono i Colli Albani, e le vette più alte di questo complesso appenninico (il Monte Cavo ed il Maschio delle Faete), non superano i 1000 m. I sedici comuni che li popolano fin dal Basso Medioevo, e che oggi compongono l’insieme dei cd. Castelli Romani, nascono dalla dispersione amministrativa e dall’impoverimento della gente di Roma, che dopo il trasferimento del Papato ad Avignone, fu costretta a cercare riparo sotto l’egida di nobili famiglie di feudatari, che stavano già comodamente adagiate sulle più strategiche e panoramiche postazioni di questi meravigliosi colli.  Fu, insomma, grazie alle nefaste conseguenze economiche e politiche della cattività avignonese del XIV secolo, se oggi un cicloamatore può godersi una sana sosta a base di porchetta d’Ariccia e Romanella.

Ignari o momentaneamente disinteressati dalla storia di questi luoghi, i corridori sfiorano il primo paese:  Castelgandolfo, dopo aver lasciato la di solito sempre trafficata Appia Nuova, dove qualsiasi altro giorno della settimana un ciclista potrebbe decidere di avventurarsi solo se stanco della vita. La via della Papalina offre un fantastico scorcio sul mare, ed epiloga quasi a gettarsi, a tuffo, nel lago di Albano. Scesi in picchiata, costeggiate le rive di questo specchio d’acqua, la strada torna a salire dolcemente, lungo una panoramica che dapprima contrae i pensieri e mano mano li diluisce con l’acqua dolce.

Qualche tornante e poi la strada si biforca tra il percorso imperiale, con ritorno nella capitale attraverso l’Appia Antica, o girando a destra, lungo la via dei Laghi che continua a salire: comincia l’agonia degli agonisti, od il divertimento.

Pochi tornanti e la svolta pianeggiante a sinistra verso la via delle Barozze distende i tessuti per la vivisezione: dopo qualche km la seconda  cronoscalata verso Rocca di Papa trasforma la bici in un medico legale, che dopo i primi colpi di pedale ti apre gambe, torace, e cervello per vedere quanto ce n’è.

Raggiunta Rocca di Papa, il percorso di gara obbliga a scendere di nuovo verso la via dei Laghi, salutando Nemi dall’alto e svoltando di nuovo a sinistra, per imbattersi in una lunga fettuccia di 8km che squarcia in due i meravigliosi Pratoni del Vivaro, terreno eletto di allenamento e corsa equestre, nonché punto di recupero per gli amanti delle ruote grasse, che arrivano in picchiata dalle venature del Monte Artemisio.

Alla fine del lungo rettilineo con leggera pendenza favorevole, le transenne obbligano ad un’audace variante attraverso Carchitti (frazione di Palestrina), per andare incontro al più alto dei Castelli Romani, Rocca Priora. Il versante delle Faeta ti mette subito la montagna  davanti agli occhi e scende nelle gambe alla velocità di una fibra ottica. Il medico legale riprende il bisturi, e cerca.

Svalicata Rocca Priora, si va incontro a Montecompatri aggirandolo da un versante studiato a tavolino dal più cinico degli organizzatori, e ci si trova a impennarsi lungo una salita di pavé; poco più di 700m dove, nel punto al 18%, bisognerebbe andare a cercare il proprio nome di battesimo sul certificato anagrafico.

Abbandonata la rotatoria con la fontana dell’Angelo e salutato l’ultimo ristoro, ciò che separa i corridori dal traguardo resta un fantastico passaggio attraverso il Tuscolo, ombreggiato e ben ossigenato, con cadenza di salita piuttosto regolare, lasciando Monte Porzio Catone sulla destra a godersi la domenica mattina tra i bar e le panchine della piazza centrale, con l’odore di sugo e bucato provenire dai vicoli.

Dalla discesa verso Frascati, attraverso il secondo passaggio nel comune di Ciampino in poi, resta tutto il tempo per fare pace con la bici e abbandonarsi alla commozione, incontro alla linea del traguardo delle Terme di Caracalla.

Le montagne che custodiscono i segreti di una preparazione lunga e faticosa, che osservano dall’alto con il tono di apprensione e austerità di un genitore; curiosi, tifosi, parenti, amici e vecchie guardie che salutano amorevoli dal ciglio delle strade, gli automobilisti che aspettano al di là delle transenne con la calma di una tigre dietro il bancone di un macellaio che prepara gli straccetti; i crampi; le lotte intestine; il calendario delle gare, il calendario dei Santi. Tante domande che trovano risposta sotto la doccia, o al pasta party, magari a letto la sera o qualche giorno dopo. Daniele Vulpiani ed Elena Cairo sono due ragazzi che le hanno trovate sul primo podio, perché hanno dominato tutte le cronoscalate.

Centoventi chilometri di strade abusate, ristrette da buche, vetri, rifiuti, folli velocità delle macchine, senza spazio ciclabile né fisico nè mentale, attraversate in un giorno speciale, da gente che non ha avuto bisogno di mettersi dentro la forza motrice in un’area di servizio.

 

 

 

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