“Un filo d’erba, in quel momento, è più resistente” (Il mio Blockhaus)

“Un filo d’erba, in quel momento, è più resistente” (Il mio Blockhaus)

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di Gabriella Mollari – Ho visitato il Blockhaus esattamente due anni fa, in una calda domenica di maggio, con lo sguardo avido e le gambe piene, quando andavo in giro a piantare bandierine sulle “grandi salite”. L’ho scalato con la bici, ne ho assaggiato l’asfalto un chilometro alla volta, sulle tracce della prima vittoria di tappa di Eddie Merckx, a 2142 metri di altitudine, cinquant’anni fa. Oggi il centesimo Giro d’Italia approda a 1665 metri, è l’ottava tappa, si danno battaglia i favoriti: Nibali (Lo Squalo), Quintana, Pozzovivo.

Accendo la TV a 30 km dall’arrivo, stanno sostenendo un ritmo di gara altissimo per fare selezione prima di aggredire il versante inedito di Roccamorice, riconosco il paesaggio scorrere velocemente da Lettomanoppello. Ritrovo estasiata quelle strade pulite, spaziose, assolate, con larghi tornanti e l’odore di sugo e bucato steso provenire dal paese la domenica mattina.

Noi cicloamatori viviamo la montagna così: con gli occhi che condizionano le gambe e poi con le gambe che drizzano il tiro agli occhi. Scegliamo una vetta da ambire e la animiamo della nostra solita dose di buone intenzioni, ci mettiamo dentro il sapore della sfida, la ricerca di contatto con il paesaggio naturale, e con tanto ossigeno prendiamo a scandire il tempo con le gambe.

Ecco, stanno pedalando al 6 – 7 % di pendenza media ed hanno un ritmo di pedalata aggressivo, che screma rapidamente gli inseguitori al GPM . Riescono ancora a guardarsi intorno, ne rimangono un paio di dozzine. Fammi controllare se c’è Lo Squalo…ah, eccolo in quarta posizione dietro Quintana. La Movistar, la squadra del favorito, si mette in fila indiana davanti a lui per condurre e controllare la corsa degli avversari, e dopo pochi tornanti il serpente in lycra si allunga fino a segmentarsi. In testa ne restano  quattro.

Io sento addosso la fatica di quelli che hanno mollato, sento sotto i piedi quelle pendenze, provo la sete ed il caldo di un corpo che è accaldato e cerca ombra in se stesso, posso percepire i loro sguardi che stringono il campo dai monti verdeggianti della Majella alla ruota anteriore della propria bici, e dal silenzio assordante di quelle valli isolate, riesco a percepire l’incessante e sempre più incerto giro di catena. Riconosco le pendenze che impennano al 13%, mi sembra di riconoscere la cima nuda del Blockhaus che da laggiù cambia l’espressione invitante e comincia a farsi beffarda. Le gambe si gonfiano, i tornanti si stringono, la strada impenna, l’ossigeno manca: si comincia a patire, ad avere soggezione, ci si comincia a sentire piccoli e soli. Un filo d’erba, in quel momento, è più resistente. E’ questo il Blockhaus.

La cronaca stringe il campo alla bagarre, mancano 10 km all’arrivo e conto nella testa della corsa 8 scalatori; a meno di 7 km parte Quintana, si alza sui pedali lasciando dietro Vincenzo Nibali e Pinot. Altri tre scatti e niente, Quintana è andato. Lo Squalo mena sui pedali senza più alzare lo sguardo, concentra gli sforzi, finisce la corsa con un minuto di ritardo.

Il delirio di migliaia di tifosi che sciolgono la neve sotto i propri salti, l’estasi della quota, l’aria frizzante e tersa, la pupilla che si dilata e finalmente allarga il campo dall’asfalto della cima del Blockhaus all’Adriatico. Le volate di coda, il podio, lo spumante, i corridori che si rifugiano nei camper, le ammiraglie che caricano le biciclette.

Ma nei miei pensieri c’è Anna con i suoi due bambini che da casa, davanti alla tv, cerca nella classifica di tappa il suo scalatore preferito, il gregario più generoso del giro, il capitano dell’Astana, suo marito. Ma non c’è.  Michele non c’è più. Lo ha ingoiato la sua strada di casa, ed ora vive in ogni colpo di pedale di ognuno di noi. Ciao Scarpa.

 

 

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