Leggende reatine

Leggende reatine

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di Cristina Ternovec – la natura con le sue forme complesse, armoniche, ma a volte anche stravaganti ed inaspettate, ha sempre risvegliato nell’uomo la curiosità, suscitando domande sull’origine e la formazione del suo meraviglioso aspetto.

In passato, quando l’uomo viveva a stretto contatto con la natura, sempre imprevedibile e misteriosa, e la sua stessa vita dipendeva da essa, i fenomeni naturali  ( i fulmini, la grandine, i terremoti ecc.), spesso violenti , incutevano timore e terrore nella popolazione. E’, quindi, questa “forza” misteriosa della natura ad aver spinto le persone a spiegare tali fenomeni , non comprensibili altrimenti, con l’intervento di forze soprannaturali e immateriali. Nacquero così molte leggende , creando tutto un substrato di credenze popolari molto diffuse anche sulle montagne dell’Appennino, rimaste tutt’oggi in parte vive, sebbene nascoste nei vari toponimi come vallone dell’inferno, fosso del diavolo, iaccio crudele, per ricordarne solo alcuni.

Circa un secolo fa le leggende circolavano ancora tra la popolazione delle montagne, ed è, grazie alla penna  dell’etnografo e naturalista umbro Giuseppe Bellucci (Perugia 1844-1921), che le possiamo ancora ricordare ed apprezzare. Uomo poliedrico, coltivò durante la sua vita, molteplici filoni di ricerca : dalla chimica, alla storia, alla paleontologia e alle tradizioni popolari. A lui si deve la più grande raccolta di amuleti antichi e moderni esistente in Italia (oggi al Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria di Perugia). Durante le sue ricerche sul campo  (specie tra Umbria e Abruzzo) raccolse anche alcune  leggende. Eccone due legate ai Monti Reatini: la prima “spiega” l’erosione e i movimenti franosi, mentre la seconda è legata all’orchidea selvatica, pianta, da sempre, affascinante e misteriosa.

Monumenti diabolici

 …Poche scene naturali ,meravigliano maggiormente l’osservatore, quanto quella che rappresenta nella sua azione piu’ intensa l’erosione meteorica. Si sta dinanzi ad un tale sfacelo, di cio’ che a priori e da lungi crederebbesi come inalterabile e fermo, che di fronte a quei rottami di monti accavallati e confusi, di fronte a quei massi enormi, gia’ caduti o minaccianti rovina, si resta profondamente impressionati e pieni di ammirazione meravigliosa.

Ma mentre l’occhio dello studioso esamina e comprende l’insieme delle cause, che determinarono effetti cosi’ importanti, e non vede dispiegata in esse, se non che l’azione delle forze naturali, l’occhio dello ignorante, non potendo risalire dagli effetti alle cause vere, … e’ costretto per spiegarsi tanta rovina, d’immaginare una causa potente, straordinaria, sopranaturale. E questa causa… dev’essere … una causa potentissima quanto quella creatrice, ma capace soltanto di produrre effetti dannosi o malevoli, di distruggere il creato, producendo da per tutto, dove riesce ad agire, il caos, la rovina, la desolazione, la morte.

Questa e’ tutta opera del Diavolo, mi diceva un buon uomo di Lisciano, egli non fa che portare rovina; dove mette le mani, guasta ogni cosa e con tale filosofia , attribuendo al diavolo l’opera complessa delle forze telluriche, quel buon uomo si spiegava quell’enorme caos, formato dai rottami dei monti fiancheggianti il vallone, che scende dal Terminillo al paese di Lisciano…

 

L’erba della concordia e della sconcordia

…Quest’erbe, cosi’ impropriamente qualificate appartengono a due specie di orchidee, che vivono sulle praterie del Terminillo, ed in generale di tutti i monti dell’Appennino, al di sopra di 1500 metri di altezza. Da per tutto hanno un’importanza notevole ne’ pregiudizi popolari, e sono i tuberi di codeste orchidee, che s’impiegan per determinare fatture, filtri amorosi, sortilegi. … La forma del tubero intiero con le sue appendici richiama quella di una piccola mano, provveduta percio’ di un numero normale od anormale di dita. Secondo la fantasia popolare il tubero con cinque appendici, ossia la mano normale, e’ l’erba della concordia ( Orchis maculata L.); il tubero invece che ha un numero di appendici inferiori a cinque, ossia la mano anormale, e’ l’erba della sconcordia (Orchis latifolia L.) 

…Basta di far bere nel vino ad una di esse, e meglio a tutte e due, la polvere dell’erba della concordia, senza che si conosca pero’ da’ bevitori qual sorta d’intingolo si fa loro trangugiare, per veder subito ritornare fra di essi la pace violata, l’amicizia antica, l’amore perduto. Al contrario, ….basta fatturare il solito vino colla polvere dell’erba della sconcordia per vedere rapidamente susseguire un odio implacabile, tra le due persone che incautamente vuotarono il bicchiere, in cui la polvere della mano con dita anormali introdusse il fermento della piu’ potente discordia.

Questa la  leggenda che mi fu raccontata sul monte Terminillo; e siccome conosceva che in altre parti dell’Appennino, e singolarmente sul gruppo de’ monti Sibillini, a determinare l’amore o l’odio si adoperano i tuberi intieri, che si portano indosso a guisa di amuleti per ottenere l’intento, dimandai al narratore della leggenda, se tale costumanza si avesse anche tra le genti, che vivono alle falde del Terminillo. Egli mi rispose di si’; ma noto’….che, bevendo la polvere di tali erbe nel vino, l’effetto e’ immediato, mentre con la sola presenza dell’erba, a contatto o in vicinanza della persona, l’effetto che ne conseguita, e’ lento e tardo a manifestarsi. E’ meglio quindi , concludeva, di fatturare il vino, che nessuno rifiuta di bere.

Pertanto i tuberi di codeste pianticelle, pel solo fatto di presentare qualche analogia di forma con la mano dell’uomo, detrminarono nella fantasia degli uomini semplici il pensiero di giovarsene a produrre l’amore e la pace, ovvero l’odio e la guerra; e cosi’ le piu’ forti passioni umane, quella dell’amore e quella dell’odio, si regolerebbero volendo, mediante contatto, o merce’ la prudente somministrazione della polvere dei tuberi d’innocenti orchidee, di alcune piante gentili, che col loro fiore grazioso e variopinto allietano a primavera le verdi pendici montane del nostro Appennino.

 

G.Bellucci, Perugia, settembre 1901  in Bollettino  della Regia Deputazione di Storia Patria per l’Umbria vol VII fasc 3

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