“Il vuoto tra gli atomi” di Silvia Petroni: dalle Alpi (Apuane) alle Alpi (vere)

“Il vuoto tra gli atomi” di Silvia Petroni: dalle Alpi (Apuane) alle Alpi (vere)

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di Piero Lancia – Capita di frequente che gli alpinisti si cimentino nel narrare le loro salite, e non sempre i risultati letterari sono all’altezza delle loro scalate. Silvia Petroni riesce invece a coniugare un’attività alpinistica di alto livello con una pregevole capacità di scrittura. Nata a Pisa, ha conseguito il Dottorato in Fisica. Dal 2004 al 2009 ha salito 68 cime oltre i 4.000 metri e dal 2010 si dedica a salite su roccia, ghiaccio e misto, praticando una costante attività dalle Alpi Occidentali, alle Dolomiti, alle vicine Alpi Apuane, dove ha realizzato numerose prime aperture.

Ma anche nella scrittura ha conseguito altrettanti successi, vincendo con due suoi racconti il primo premio della VII edizione del Premio Letterario Nazionale “Leggimontagna” e il primo premio nella sezione inediti della XIV edizione del Concorso di Narrativa di montagna “Carlo Mauri”. Questi due racconti costituiscono ora due capitoli del suo libro di esordio: “Il vuoto tra gli atomi”, edito da ETS.

Ho letto “Il vuoto tra gli atomi” in un lampo: il libro si legge facilmente e piacevolmente. In sette quadri l’autrice ricostruisce la sua passione per la montagna. Dall’Appennino (le sue amate Alpi Apuane) alle vacanze di bambina in casa dei nonni e alle salite di estrema difficoltà sulle Torri del Sella, passando per i giganti ghiacciati del Vallese e dell’Oberland.

E, tra i suoi racconti, l’alpinismo si intreccia con episodi personali, e con le sue battaglie contro ben altri nemici, come la depressione, gli incidenti, i ricoveri in ospedale e le lunghe riabilitazioni. Nei racconti di Silvia Petroni l’alpinismo assume un senso quando si intreccia con le scelte importanti della vita. E allora “niente ha senso di per sé”, nemmeno scalare montagne “nessuna cosa ha un significato, un motivo di essere in astratto: siamo noi a dare significato alle azioni”.

Narra di salite di grande impegno ma il racconto non indugia mai sugli itinerari di salita e sulle difficoltà tecniche incontrate; a Silvia non interessa raccontare che si è arrivati in cima o dettagliare le difficoltà superate, quanto piuttosto i sentimenti e i pensieri che ruotano vorticosamente nella mente, anche durante le esperienze più drammatiche.

Ma è necessario aggiungere ancora un tassello alla sua biografia per ricordare il suo prozio, fratello di sua nonna materna. Gabriele Franceschini è stato una guida storica delle Pale di San Martino, gruppo montuoso di cui ha scritto anche numerose guide alpinistiche ed escursionistiche. È sua la prima solitaria della via Solleder al Sass Maor. Franceschini ricevette in sorte dalla vita anche il grande privilegio di accompagnare in montagna Dino Buzzati. Al di là del rapporto guida – cliente, i due furono amici e restarono in contatto fino alla morte dello scrittore.

Ma Silvia apprende quasi per caso, in età ormai adulta, che lo zio ha il suo posto nei libri di storia, perlomeno in quelli dell’alpinismo dolomitico. Lo zio ormai vecchio e malato sarà fiero e commosso fino alle lacrime delle grandi salite della nipote. Quando si erano incontrati la prima volta, però, lo zio le aveva chiesto innanzi tutto due cose: cosa studiasse, perché studiare sempre è la cosa più importante e se avesse letto il Deserto dei Tartari.

Ho avuto modo di incontrare Silvia in occasione di una presentazione del suo libro al CAI di Frosinone. Ho immaginato il suo fisico esile e al tempo stesso energico sotto il peso di uno zaino enorme affrontare le gigantesche muraglie delle Alpi, mentre dalle pagine del suo libro emergeva la sua battaglia contro la depressione e al tempo stesso la sua calma lucida, priva di ogni angoscia nei momenti più difficili delle sue salite Ancora qui, grinta e fragilità si fronteggiavano e si completavano per disegnare il mondo di Silvia

Dopo aver letto il suo libro, mi sembra di conoscerla da tanto tempo, di conoscere lo zio alpinista e il nonno letterato. Merito della sua scrittura e del suo libro. La storia di Silvia, raccontata in modo semplice e diretto, mi è entrata nell’animo.

 

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